mercoledì 26 luglio 2017

La ricerca della cultura è morta?

Ho visto un concorso bandito da un’importante casa editrice italiana che funziona, da quel che ho capito, più o meno così: manda il racconto di una storia vera personale; interagisci per un determinato periodo su un forum con delle persone che leggeranno il tuo contributo, ti faranno delle domande e poi decreteranno il vincitore; scrivi il romanzo con il supporto di un editor della casa editrice.
È il modo per dare vita al bestseller perfetto. Una storia di vita vissuta, che probabilmente sarà drammatica (non penso che vincerà la donna che ha trovato con facilità il suo equilibrio personale, con una famiglia splendida, un lavoro appagante e magari pure Mary Poppins per tata; perché dai, francamente chissenefrega); una protagonista donna, probabilmente tormentata (vedi sopra); l’apprezzamento del pubblico del forum, che in pratica è un’analisi dei gusti del consumatore gratuita; libro scritto da un editor, perciò in maniera accattivante.
Non c’è nulla di male in questo, intendiamoci. È un concorso che avrà le sue regole e non sarà nemmeno facile da vincere.
Eppure, ho un tarlo che mi gira nella testa da quando ho letto il bando, perché si tratterà dell’ennesimo romanzo scritto a tavolino edito da una casa editrice gigantesca. È il business della cultura, ma ormai la ricerca della cultura vera, degli autentici talenti, è completamente morta. Conta solo il personaggio dello scrittore, nel solco della bruttissima tradizione lanciata qualche anno fa da quell'obbrobrio che era "Masterpiece".
Sarà davvero questa la strada giusta?
Il romanzo che verrà fuori da questo concorso venderà il suo buon numero di copie, ma se devo essere sincera il concetto che c'è sotto mi pare lo stesso che sostiene le biografie dei calciatori.

lunedì 17 luglio 2017

Piccola riflessione su donne e fantascienza

Placatasi appena da una settimana la nostrana polemica sulle donne che non vincono il Premio Urania dal 1992 (leggere qui), ieri la BBC se ne è venuta fuori con la rivelazione che il prossimo Dottore sarà una donna. Precisamente, si tratta di Jodie Whittaker, che ha già lavorato con il nuovo showrunner Chris Chibnall.
In verità, l’idea di un Dottore donna era già nell’aria dalla rigenerazione di Matt Smith, poi il cielo ci ha portato Peter Capaldi (grazie a chiunque abbia avuto la brillante idea di assumerlo).
Come sarà un Dottore donna?
Intanto spero che continuerà a chiamarsi Dottore al maschile e che a nessuno in Italia venga in mente di tradurre in Dottoressa; a parte questo, credo che gli sceneggiatori avranno molto da lavorare per mantenere il personaggio coerente con se stesso. Il Dottore cambia carattere a ogni rigenerazione, questo è vero; ma una cosa è un lieve mutamento caratteriale, un’altra è un ribaltamento totale di ormoni.
L’esperimento è già stato tentato con il Maestro che, nelle ultime tre serie, si è rigenerato in Missy; ma con i cattivi è più facile. Un megalomane psicopatico è diventato una strega psicopatica, e l’attrice Michelle Gomez era superba nel ruolo.
Il Dottore, che invece non solo è il protagonista ma è anche buono e quindi per forza di cose molto più sfaccettato, secondo me avrà più difficoltà. C’è il rischio di farlo cadere nel ridicolo o nell’eccessivamente mieloso.
Ci fidiamo comunque degli sceneggiatori della BBC; non ci resta che attendere un imprecisato punto del 2018 per vedere.
Tutta questa premessa era per parlare delle donne e della fantascienza. Per chi non avesse seguito, la polemica è partita da un’autrice Delos che si è lamentata che le donne non vincono un Urania dal 1992, nonostante molte siano state tra i finalisti negli ultimi anni.
Ne sono seguiti commenti favorevoli e sfavorevoli e, secondo me, anche un po’ di derisione da parte degli autori maschi, poi la cosa si è placata.
È una polemica che aveva ragione di esistere?
Nello specifico, non lo so. Il premio Urania sarà sessista? Boh, non ne ho idea. Non essendo dentro i meccanismi di scelta del vincitore non posso assolutamente dirlo.
Secondo me quello su cui è interessante ragionare è il ruolo che stanno assumendo le donne nella fantascienza negli ultimi tempi, sia come autrici sia come personaggi letterari.
Perché le donne sono diverse dagli uomini, eh. Non nascondiamoci dietro a un dito. Scrivono in maniera diversa dagli uomini; puntano su temi diversi dagli uomini; e, nei loro caratteri, sono diverse dagli uomini.
Questo non toglie che siano autrici assolutamente pregevoli; penso a Tricia Sullivan, che lo scorso anno a Stranimondi si lamentava della sua solitudine come scrittrice di fantascienza donna.
Il punto, come viene dimostrato dalle convention, è che la fantascienza è ancora prevalentemente un affare da uomini. Questo per il semplice motivo che, fino a pochi decenni fa, la scienza stessa era prevalentemente un affare da uomini. Pian piano il genere si sta aprendo anche alle donne, ma è un processo molto più lento che per il fantasy. Ci arriveremo, ma ci vorrà ancora tempo e perseveranza da parte delle autrici donne.
Un Dottore donna è un buon segnale? Oppure, se vogliamo, è un buon segnale il fatto che il prossimo capitano dell’Enterprise sarà una donna? O che il nuovo Jedi è una donna?
È ancora presto per trarre conclusioni; dobbiamo solo metterci comode e vedere quale sarà l’evoluzione della fantascienza. E continuare a scriverla anche se siamo donne, naturalmente.

giovedì 6 luglio 2017

I libri del mese: giugno 2017

Ho deciso di cambiare la struttura dei post “I libri del mese” perché comincio a perdermi, sopratutto questo mese che ho comprato – colpevolmente – così tanti libri che il post verrebbe lungo due chilometri.
Questo è stato il mese della morte di Altieri e il mese in cui La Nave di Teseo ha acquisito Baldini&Castoldi, a riprova che il mercato editoriale italiano ama alla follia gli oligopoli.
Nel frattempo, però, gli editori indipendenti si sono difesi rifiutando la proposta di fare di “Bookpride” e “Tempo di Libri” un tutt’uno, con il risultato che a marzo 2018 a Milano ci saranno due fiere a due settimane di distanza l’una dall’altra.
Follia? Beh, considerando che si tratta di due cose diverse magari nemmeno tanto; i piccoli andranno a Bookpride e i grandi a Tempo di Libri, come del resto è già stato quest’anno. Vedremo come si svilupperà la faccenda, che è sempre più surreale.
Per quanto riguarda noi piccolini di Watson, invece, abbiamo in programma sicuramente Stranimondi a ottobre e probabilmente Chiari a novembre, ma ne parleremo più avanti.
Questo mese ho ricevuto un “no” dall’agenzia letteraria di cui stavo aspettando il responso; però non è stata una risposta standard, ma motivata. Questo mi fa ben sperare; almeno si tratta di un romanzo che dà da riflettere alla gente che lo legge. Devo fargli delle modifiche, ma necessito di aiuto, perciò l’ho inviato in visione a un service editoriale. Vedremo che cosa mi diranno.
Venendo finalmente ai libri del mese, per quanto riguarda le letture ho terminato la “Trilogia dei Lungavista”. Il romanzo finale (commento qui) ha tirato su tantissimo il mio giudizio sull’intera trilogia e, come ho già detto, trovo Robin Hobb molto affine a me come autrice. Ha messo mi piace al mio tweet con la recensione, peraltro, che è una cosa inutile ma che fa piacere.
Il secondo libro letto è stato un saggio sulla violenza nel Far West (commento qui) che mi serve per documentazione. A questo proposito, tra i libri acquistati ce ne sono ben tre che hanno a che fare con il Far West. Poi ho comprato:
- un romanzo storico di Jennings ambientato in Cina (un libro vecchissimo trovato su una bancarella);
- un romanzo di Orson Scott Card, per la serie “recuperiamo gli autori cardine”;
- “The danish girl”, perché finalmente hanno fatto la versione tascabile. Non lo leggerò finché non avrò pubblicato il mio nuovo romanzo, però, dato che l’argomento è lo stesso e non voglio essere influenzata;
- il nuovo “Cleopatra” di Christian Jacq, perché adoro Cleopatra;
- la Trilogia dello Sprawl di William Gibson, perché sono entrata in un periodo cyberpunk (e infatti ho finalmente preso in mano “Ma gli androidi sognano pecore elettriche?”, a cui farò seguire “Il mondo nuovo” di Huxley).
Grazie al cielo poi il mese è finito, perché io sono rimasta di nuovo senza soldi e senza più spazio per i libri.

domenica 2 luglio 2017

Piombo, polvere e sangue


PIOMBO, POLVERE E SANGUE, di Mario Raciti
Villaggio Maori Edizioni, 229 pagine, € 16,00
Genere: saggio storico
Voto: 4/5

Questo piccolo saggio di Mario Raciti, edito dalla casa editrice siciliana “Villaggio Maori Edizioni”, si pone l’obiettivo di spiegare la violenza nel Far West americano nel periodo della conquista della frontiera (1848 – 1900). Mario Raciti è articolista di farwest.it.
Non è il saggio sull’argomento più approfondito che abbia mai letto e devo dire che se alcune delle vicende citate non le avessi già conosciute avrei avuto difficoltà a capirlo, però l’intento è buono e ben realizzato. L’autore, infatti, illustra la realtà del Far West cercando di mettere ordine tra ciò che è stato reale e ciò che, invece, hanno inventato di sana pianta cinema e letteratura. Analizza il fenomeno della violenza in tutti i suoi aspetti, individuandone le cause non solo nelle armi e nell’alcol che scorreva a fiumi, ma sopratutto e in primis nelle dure condizioni di vita che il West imponeva: immense praterie, freddo e caldo intensi, animali selvatici, indiani, malattie dilaganti, città sporche e disordinate…
La vita non era facile per nessuno e l’aura di romanticismo che ci hanno restituito i western per lo più è un’invenzione, tuttavia Raciti non manca di citare alcuni casi di uomini che invece si avvicinarono realmente all’ideale di pistoleri che attori come Jhon Wayne o, per rimanere in casa nostra, Franco Nero, ci hanno insegnato ad amare.
Nota personale: nemmeno a farlo apposta, ieri sera in TV hanno trasmesso “I cancelli del cielo” di Michael Cimino, che si ispira liberamente alla vicenda della guerra della contea di Johnson.
La guerra della contea di Jhonson è un episodio di fine ‘800 durante il quale l’associazione degli allevatori di bestiame del Wyoming assoldò, in maniera abbastanza illegale, dei pistoleri prezzolati per far fuori quelli che secondo loro erano ladri di bestiame, ma che per lo più erano coloni colpevoli solo di aver recintato i loro appezzamenti per evitare che i buoi calpestassero le colture.
La vicenda si sviluppò in una sparatoria che durò due giorni ed è un ottimo esempio di come nel West la legalità fosse molto spesso illegalità e, in conclusione, di come tutti avessero il grilletto facile.